news di Giuseppe Polizzi
Sabato, 25 Maggio 2019 14:27

Spesso, quando si parla di cuore infranto o cuore spezzato ci si riferisce a una condizione psicologica, che insorge a seguito di eventi emotivamente provanti e a causa della quale ci si sente giù di morale.

Tuttavia, attorno ai primi anni '90, alcuni ricercatori giapponesi hanno dimostrato l'esistenza di una cardiomiopatia – ovvero una malattia del miocardio, il muscolo del cuore – che insorge proprio a seguito di forti stress emotivi (lutti, gravi afflizioni, grandi arrabbiature ecc) o stress fisici (sforzo esagerato, delicato intervento chirurgico ecc).
Tale problema, per il quale è stato coniato il termine sindrome del cuore infranto o cardiomiopatia di takotsubo, è generalmente temporaneo, ma può portare anche alla morte chi ne è vittima.

ALCUNI POSSIBILI CAUSE
Come in tutte le cardiomiopatie, anche la cardiomiopatia di takotsubo è caratterizzata da una modificazione anatomica del miocardio che si ripercuote negativamente a livello funzionale, riducendo le capacità contrattili del cuore.
Ma cos'è di preciso che induce tutto ciò? 
Attualmente, l'esatto meccanismo patologico è poco chiaro ed esistono diverse teorie.

Secondo alcuni studiosi della malattia, i forti stress emotivi o fisici indurrebbero un forte rilascio di ormoni (probabilmente adrenalina e noradrenalina), i quali sono dannosi per le cellule del miocardio. Sembrerebbe infatti che, dopo il loro rilascio, gli ormoni vadano a "stordire" il tessuto muscolare che costituisce il ventricolo sinistro, alternandone prima la forma e poi la funzione.

Secondo altri ricercatori, invece, i forti eventi stressanti causerebbero uno spasmo temporaneo delle coronarie – i vasi arteriosi che ossigenano il miocardio – e ciò altererebbe la normale anatomia cardiaca.

Sabato, 25 Maggio 2019 13:53

L’arresto è maturato nel corso delle consuete attività di osservazione della “vita di quartiere” svolte da parte della sezione “Investigativa” del Commissariato di P.S. “Brancaccio” che hanno consentito di stanare una centrale dello spaccio, presumibilmente destinata probabilmente ad ingrandirsi anche di una piantagione indoor in fase di allestimento.

E’ accaduto nel cuore di Ciaculli dove i poliziotti hanno notato l’andirivieni di tanti giovani da e per il magazzino di un edificio al cui piano superiore viveva un giovane del quartiere. Quando gli agenti hanno ritenuto di fare irruzione hanno scovato stupefacente e tutto il necessario per confezionarlo: 100 grammi di hashish e 50 grammi di marijuana in parte già suddivisa in dosi e in parte ancora da dividere, 4 bilancini digitali, un coltello con lama intrisa di stupefacente e quindi usato per tagliarlo, bustine per il confezionamento ed un foglio sul quale erano stati annotati nomi e rispettivi costi di elementi ed accessori utili ad allestire una piantagione indoor.

I poliziotti hanno quindi arrestato il 22enne che si trovava nel magazzino all’atto dell’irruzione e che di quel locale aveva la disponibilità.

La perquisizione estesa a tutto il magazzino ha consentito, inoltre, di rinvenire e sequestrare 2067 cartucce per fucile da caccia di vario calibro, sul cui possesso il giovane non ha saputo fornire valide giustificazioni.

Sabato, 25 Maggio 2019 09:32

Mafia, processo Black cat: condanne e assoluzioni
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Mafia, processo Black cat: condanne e assoluzioni
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Mafia, processo Black cat: condanne e assoluzioni
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Per 16 presunti boss e gregari sentenze che vanno dai 4 ai 20 anni. Imponevano il pizzo nel Palermitano. TERMINI IMERESE - Nel 2016 i carabinieri della compagnia di Termini Imerese scoprirono che in provincia di Palermo la rifondazione di Cosa Nostra era ripartita dagli anziani. Li chiamavano “i vattiati”, battezzati, per via della loro carriera criminale. Oggi il Tribunale di Termini Imerese ha condannato quasi tutti gli imputati.

Da San Mauro Castelverde a Trabia, passando per decine di centri, la nuova mafia guardava agli uomini e alle regole del passato. I capi mandamento sarebbero divenuti Diego Rinella e Francesco Bonomo. Il primo è fratello di Salvatore Rinella, storico capomafia di Trabia, e il secondo è genero di Peppino Farinella, capomafia di San Mauro. Sono stati giudicati in un altro processo.

Dalle indagini della Procura di Palermo era emersa un’attività frenetica di controllo del territorio attraverso l’imposizione del pizzo e una miriade di contatti con alcuni boss di Palermo. Oltre a Trabia e San Mauro Castelverde sotto processo c'erano presunti boss e gregari di Termini Imerese, Caccamo, Cerda, Caltavuturto, Montemaggiore Belsito, Sciara e Valledolmo.

Ecco le condanne: Peppino Barreca di Gangi 20 anni, Riccardo Giuffrè di Caltavuturo, 12 anni; Giacomo Di Dio di Capizzi, 6 anni; Salvatore La Barbera di Trabia, 6 anni; Francesco Lo Medico di Bagheria, 4 anni; Sebastiano Sudano e Francesco Saitta di Ramacca a 7 anni; Rosario Lanza di Cerda, 13 anni; Gianluca Cancilla di Trabia, 13 anni; Nicasio Salerno di Caccamo, 20 anni; Luigi Giovanni Barone di Caccamo, 13 anni, Mercurio Bisesi di Termini Imerese, 13 anni, Loreto Di Chiara di Caccamo, 20 anni; Nicola Teresi di Sciara, 13 anni; Antonio Marino di Trabia, 6 anni.

Un'assoluzione per Antonio Giuseppe Termini di Polizzi Generosa "per non aver commesso il fatto". Assolti pure Giuseppe Albanese, Ignazio Arena, Gioacchino Martorana e Benedetto Mazzeo difesi dagli avvocati Giuseppe Minà, Anthony De Lisi e Salvatore Sansone.

Venerdì, 24 Maggio 2019 10:48

A ogni azione segue una conseguenza, positiva o negativa. È una legge universalealla quale tutti noi siamo sottoposti, consapevolmente o inconsapevolmente, e viene chiamata da molti karma. Il termine significa proprio “azione” e si riferisce a quella verbale, mentale e fisica, insomma a tutto quello che è legato al fare.

Il karma, quindi, restituisce quanto abbiamo fatto. Se le nostre azioni fanno soffrire gli altri, ci ritroveremo un giorno a provare lo stesso dolore. Se, invece, siamo persone corrette e leali con il prossimo, allora anche quest’ultimo lo sarà con noi quando ne avremo bisogno. Questa forza invisibile, dunque, va immaginata come una catena fatta di energia: ogni anello è concatenato all’altro attraverso le azioni e le relative conseguenze.

Il peso di questa catena varia in base a quello che abbiamo raccolto: pesante se abbiamo seminato cose negative, leggera con quelle positive.
Quindi, ogni volta che ci troviamo di fronte a un bivio, pensiamo bene agli effetti che potrebbero avere nell’immediato se si sceglieuna strada piuttosto che un’altra, soprattutto tenendo sempre in mente che un domani quella nostra decisione avrà delle ripercussioni anche sulla nostra vita.

Mercoledì, 22 Maggio 2019 21:30

Quando si cerca di conoscere gente nuova, o fare nuove amicizie, quasi sempre ci si imbatte in due tipi di persone che mostrano differenze nette. Ci sono le persone sicure di sé, che sono riuscite a costruire un’autostima solida, hanno tanta energia ed è un piacere averle attorno. Altre, invece, non si sono mai preoccupate della crescita personale e finiscono con l’essere mangiate vive dal rancore, dall’invidia, dall’odio e dal risentimento. A queste persone infastidisce chi brilla di luce propria, e faranno di tutto per spegnere questa luce. 

Durante alcuni periodi della nostra vita, lasciamo che altre persone ci illuminino con la loro luce. Si tratta di persone che ci aiutano quando ne abbiamo bisogno, che ci forniscono gli strumenti per affrontare le difficoltà e risolvere i problemi.

Tuttavia, è un errore vivere continuamente sotto la luce altrui. Ognuno di noi dovrebbe imparare a coltivare la propria luce, alimentando sogni e illusioni, e potenziando le capacità per costruire il proprio “io”.

Per brillare di luce propria è fondamentale essere persone autentiche e coerenti, evitando di nascondere le proprie oscurità. Capire i propri difetti e imparare dai propri errori è molto importante per essere persone migliori.

Per difendersi dalle persone che non sopportano quelle che brillano di luce propria, è importante essere pronti a capire quando si è vittime di una manipolazione emotiva. La frustrazione altrui è contagiosa, e bisogna essere forti per evitare che essa possa spegnere la nostra luce.

A tal proposito è importante imparare a ignorare. Se le persone a cui dà fastidio la tua luce sono amici o colleghi, non arrabbiarti con loro, ma ignorali: possono solo danneggiarti.

Cerca di coltivare il senso dell’umore: non c’è arma più potente contro i problemi, le critiche e i tentativi di sminuire la tua persona dell’ironia. Non prendere tutto sul personale, impara a ridere su ciò che dovrebbe farti arrabbiare o offenderti.

Continua sempre ad essere te stesso, non cercare di cambiarti solo perché non soddisfi le aspettative altrui. Puoi modulare i tuoi comportamenti, senza rinunciare alla tua essenza.

Lunedì, 20 Maggio 2019 10:03

"Stiamo andando a Rovigo, ragazzi, siamo solo ai 200, fai vedere a quanto andiamo". Sono le parole che si sentono in un video condiviso su Facebook da uno dei due giovani reggiani morti nella notte sull'A1 tra Modena Nord e Modena Sud, intorno all'una. I due si riprendono mentre sono in viaggio sull'autostrada, a quanto si capisce diretti a una festa techno. "Questa Bmw è un mostro, siamo a 220 chilometri orari", dicono ancora.

"Ci fermiamo in Autogrill? No - si sente ancora -. Ci sta aspettando la droga e il resto". La vettura con a bordo le due vittime, il 39enne Luigi Visconti e il 36enne Fausto Dal Moro, si sarebbe schiantata contro il guard rail.

La dinamica dell'incidente è ancora al vaglio della polizia. Secondo l'ipotesi più accreditata i due amici, dopo lo schianto e in piena corsia di sorpasso, siano riusciti a uscire dall'auto. Subito dopo sarebbero stati travolti e uccisi da un'altra auto che transitava sull'A1. I due corpi sono trovati a parecchi metri di distanza dall'abitacolo dell'auto.

Immediato l'intervento dei soccorritori, ma per i due non c'è stato nulla da fare. L'incidente ha mandato il traffico in tilt, ma dalle prime luci dell'alba la circolazione è ripresa regolarmente sulle tre corsie.

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/emilia-romagna/incidente-d-auto-a-modena-video-prima-dello-schianto-siamo-a-220-all-ora-_3209470-201902a.shtml?fbclid=IwAR1KmxOnZUiMGxQIfdCblcC89v-qrExOvhBopoQZPq-OwRtVeO2mBvRn398

Domenica, 19 Maggio 2019 17:08

Recentemente accusata di provocare il cancro, la cannabis deve rispondere di un'altra più lieve imputazione. Fumare cannabis, infatti, sembra favorire lo sviluppo di una parodontite o peggiorarne una già in corso. Lo rivela uno studio statunitense pubblicato dal Journal of the American Medical Association, che ha messo in relazione lo stato di salute parodontale di alcuni giovani adulti con il loro consumo abituale di marijuana.

La parodontite o malattia parodontale è una delle malattie croniche più comuni negli adulti. Si tratta di un'infiammazione mediata da batteri che si estende nei tessuti gengivali profondi causando la perdita di tessuto connettivo di supporto e di osso alveolare e provocando alla fine la perdita di denti. Solo la carie ne fa perdere di più. Il fumo di tabacco è uno dei principali fattori di rischio non genetici.

Sono stati coinvolti nello studio 903 partecipanti di 32 anni il cui consumo di cannabis è stato rilevato a 18, 21, 26 e 32 anni. Questi rilevamenti hanno portato all'individuazione di tre categorie: consumo nullo, consumo occasionale e consumo frequente. Ai partecipanti è stata misurata la perdita di sostegno del tessuto parodontale in tre siti per dente. Nei risultati sono stati presi in considerazione anche altri fattori di rischio tra cui età, sesso, fumo di tabacco. È emerso che il 50 per cento del campione era non fumatore.

Secondo quanto mostrato dallo studio, il consumo di cannabis potrebbe essere strettamente associato con lo svilupparsi di una malattia parodontale. In 265 partecipanti, dei quali solo 52 appartenenti alla categoria di non consumatori di cannabis, sono stati trovati uno o più siti con livello di perdita di attacco (i livelli vanno da 0 a 6) pari o superiore a 4. Interessante notare anche che i consumatori più accaniti di cannabis sono i frequentatori meno assidui dello studio del dentista. I rischi aumentano...

Da: .yahoo.it

Sabato, 18 Maggio 2019 19:45

Chiede il reddito di cittadinanza, ma il marito viene scoperto a lavorare (in nero)
„carabinieri: sono stati denunciati

Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo. I primi due furbetti del reddito di cittadinanza sono stati scoperti in provincia di Palermo. I carabinieri hanno denunciato alla Procura di Termini Imerese due coniugi che avrebbero chiesto (e ottenuto) il sussidio pur senza averne diritto. Si tratta del primo caso del genere - almeno a nostra memoria - balzato agli onori delle cronache. La scoperta è avvenuta nel corso di un controllo dei militari in un cantiere edile del Palermitano.

Chiede il reddito di cittadinanza, ma viene sorpreso a lavorare in nero
All’accesso del cantiere i carabinieri si sono infatti imbattuti in un lavoratore irregolare. Non solo l’uomo lavorava in nero, ma come spiegano dal Comando provinciale "la moglie lo scorso mese aveva presentato la domanda (accolta ma con pagamento non ancora eseguito) per il reddito di cittadinanza per il nucleo familiare, omettendo di comunicare le previste variazioni al patrimonio".

Palermo, nei guai anche il socio dell'azienda
Sanzioni anche il socio-amministratore della ditta finita nel mirino dei controlli. Nel corso del sopralluogo sono state infatti riscontrate diverse irregolarità tra cui "l’uso di ponteggio metallico non idoneo, la mancanza parapetti, l’uso di cavi elettrici senza precauzione contro contatto indiretto, la mancanza servizi igienici" etc. I carabinieri hanno contestato sanzioni amministrative per 5 mila euro e comminato ammende per 52 mila euro.

Reddito di cittadinanza, cosa rischia chi fa il furbo
Ma cosa rischiano i furbetti del reddito di cittadinanza? La legge prevede molti paletti e le norme per chi sgarra sono molto severe anche perché da più parti è stato fatto notare che dal momento che il lavoro sommerso è una piaga non indifferente in molte regioni del sud, il rischio che il beneficio finisse nelle mani di chi aveva già uno stipendio (benché non dichiarato) era molto alto. L’esecutivo è dunque corso ai ripari.

Nel testo della legge approvata in Parlamento viene specificato che chiunque "al fine di ottenere indebitamente il beneficio (...) rende o utilizza dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere" oppure "omette informazioni dovute, è punito con la reclusione da due a sei anni". Inoltre, "l’omessa comunicazione delle variazioni del reddito o del patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari, nonché di altre informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio entro i termini (...) è punita con la reclusione da uno a tre anni".

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